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La scomparsa di don Mario Picchi
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Affetto e riconoscenza da tutta Italia e dal mondo.
Domani martedì 1º giugno i funerali nella Basilica di S. Giovanni in
Laterano
E nel nome di don Mario il CeIS prosegue il suo cammino
La biografia di un grande uomo di solidarietà e di pace
Sabato 29 maggio è mancato don Mario Picchi, alla vigilia dei suoi 80
anni, dopo una vita completamente spesa al servizio delle persone più
emarginate e fragili.
Il fondatore e presidente del Centro Italiano di Solidarietà di Roma-CeIS
lascia un’eredità di migliaia di vite salvate dalla droga e dalla
disperazione e di centinaia di comunità, centri d’accoglienza servizi e
strutture a Roma e dintorni o in Italia e nel mondo, ispirate al suo
“Progetto Uomo”.
Ieri, domenica 30 maggio e questa mattina la salma è stata esposta nella
camera ardente allestita presso l’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola
Tiberina e centinaia di persone le hanno reso omaggio. Sono tornati a
Roma dalle loro città tantissimi giovani (ormai adulti) e tante famiglie
che hanno percorso un programma terapeutico-educativo nelle comunità e
nei centri del CeIS. E si sono uniti in un grande abbraccio ideale ai
tanti romani presenti.
Domani, martedì 1º giugno, il Cardinale Vicario di Roma, mons. Agostino
Vallini, celebrerà i funerali nella Basilica di San Giovanni in Laterano
alle ore 11,30.
Tra le autorità che hanno reso omaggio alla salma, il presidente della
Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha ricordato come «la nostra
comunità perde un uomo la cui vita e la cui filosofia di lotta alla
tossicodipendenza sono servite da esempio per tantissimi progetti di
recupero, in Italia e all’estero”.
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha annunciato che sarà ceduto al CeIS
in convenzione il complesso della via Appia Nuova dove sorgono da 15
anni alcune delle più importanti strutture del CeIS.
Renata Polverini, presidente della Regione Lazio, ha assicurato tutto il
suo sostegno alla continuità dell’esperienza e dei servizi e programmi
del CeIS.
Walter Veltroni, ex sindaco della capitale, ha dichiarato che «la
scomparsa di don Mario Picchi lascia un grande vuoto, ma il suo rigore e
la sua testimonianza di vita sono un patrimonio che rimarranno».
Tra gli altri si sono recati presso la camera ardente l’europarlamentare
Silvia Costa e l’assessore alla scuola e famiglia del Comune di Roma
Laura Marsilio.
Il Consiglio Comunale della capitale ha commemorato don Picchi nella
seduta odierna.
Ieri l’Orchestra della Fondazione Roma, diretta dal maestro Francesco La
Vecchia, impegnata in un concerto nell’Auditorium di Santa Cecilia, ha
dedicato l’esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi al
presidente del CeIS. Altre informazioni nella newsletter che sarà
inviata domani martedì 1º giugno.
Chi era don Mario Picchi
Don Mario Picchi, fondatore e presidente del Centro Italiano di
Solidarietà (CeIS), era nato a Pavia nel 1930. Ordinato sacerdote nel
1957 a Tortona, dove aveva vissuto la sua infanzia e adolescenza con i
genitori e quattro fratelli, esercitò la sua missione per 10 anni ancora
in Piemonte, in particolare come viceparroco di Pontecurone, il paese di
don Orione, per essere poi chiamato a Roma, nel 1967, con l’incarico di
cappellano del lavoro presso la Pontificia Opera di Assistenza.
Nel 1968, occupandosi di ferrovieri e dei loro figli, con grande
attenzione ai problemi dei giovani, cominciò a riunire e ad animare i
primi gruppi di volontariato, creando una prima associazione denominata
Centro Internazionale di Solidarietà. Attraverso azioni di
sensibilizzazione, recite teatrali e altre iniziative, si cercava di
attirare l’attenzione della pubblica opinione su problemi nazionali e
internazionali. Un primo risultato fu una raccolta di denaro inviato in
Nigeria a sostegno delle popolazioni in grave difficoltà negli anni
della sanguinosa guerra del Biafra.
Da quelle iniziative prese corpo il Centro Italiano di Solidarietà (CeIS
di Roma), al quale, da allora, ha dedicato tutto il suo tempo e tutte le
proprie energie. Il CeIS si costituì legalmente come libera associazione
nel 1971 e don Mario Picchi trovò aiuto nel pontefice Paolo VI, che gli
offrì un appartamento in un palazzo di proprietà del Vaticano, in piazza
Benedetto Cairoli, presso Largo di Torre Argentina, nel cuore di Roma.
Si chiuse così il periodo della vita in strada, della ricerca affannosa
di un alloggio giorno dopo giorno e notte dopo notte: ma di quel primo
periodo restava la porta del CeIS aperta sulla strada e disponibile ad
accogliere chiunque fosse in difficoltà e avesse bisogna di un aiuto,
morale e spirituale, ma anche economico e concreto, un piatto caldo o un
letto dove riposare.
Negli anni 70 l’attenzione del sacerdote e dei suoi collaboratori
volontari – giovani studenti, insegnanti, professionisti, alcuni
religiosi e religiose – si diresse principalmente verso il problema
della tossicodipendenza, perché questa era la necessità più impellente.
Dall’uso di amfetamine e allucinogeni, nonché dei derivati della
cannabis si stava passando con una situazione epidemiologica drammatica
all’uso di eroina. L’Italia era del tutto impreparata, non disponeva
neppure di una legge adeguata, considerato che fino al 1975 le uniche
risposte al tossicodipendente erano il carcere o il manicomio.
I mass media criminalizzavano indiscriminatamente l’assuntore di droghe.
Le famiglie vivevano nella disperazione e nella paura. I governanti non
sapevano come tradurre in atti politici la loro preoccupazione.
L’allarme sociale cresceva in modo esponenziale.
L’intuizione di don Mario e dei suoi collaboratori fu duplice. Sul piano
concettuale, capire – e poi trasmettere tale convinzione – che
l’attenzione doveva essere posta sulla persone e non sulle droghe. Chi
sta male e vuol sballare può farlo con qualsiasi sostanza, anche legale,
con l’alcool, con i farmaci prescrivibili dai medici, con gas, colle,
vernici... Ha bisogno dunque di un ripensamento dei propri valori, di
ritrovare la voglia di vivere, di un cammino interiore, opportunamente
sostenuto da operatori preparati, per abbandonare la droga. La crisi di
astinenza è dolorosa ma dura pochi giorni o poche ora: il punto è come
non tornare, poi, alla droga.
Sul piano pratico, il CeIS guardò con interesse a quanto si era
realizzato in quei Paesi stranieri in cui l’emergenza droga, e l’eroina
in particolare, si erano diffuse prima che in Italia. Partecipando a
convegni internazionali e guidando viaggi di studio, don Picchi si rese
conto che una risposta importante e foriera di successi era la comunità
terapeutica residenziale, indicata fin dall’inizio non come una panacea
o una soluzione buona per chiunque, ma certo come una struttura di
contenimento in cui la vita in comune, la possibilità del confronto
quotidiano con gli altri e con le proprie responsabilità, le dinamiche
dell’auto-aiuto e i vari strumenti pedagogici e terapeutici messi in
campo erano in grado di allontanare i giovani dalla tossicodipendenza.
Nel settembre 1978 a don Picchi fu affidata l’organizzazione dei 3º
Congresso mondiale delle Comunità Terapeutiche (CT), celebrato a Roma
con circa 500 delegati da ogni Paese e continente. Fu quello il momento
decisivo in cui l’Italia scoprì l’esistenza delle comunità terapeutiche
e di trasformare – molto lentamente – la paura e lo scoraggiamento in
azione concreta. La prima CT del CeIS si aprì nel febbraio 1979 in una
piccola struttura alla periferia di Roma, nella borgata del Trullo,
messa a disposizione dalle suore olandesi di Tillburg. Vi confluirono i
primi ospiti e i primi operatori, anch’essi alle prime esperienze: “Sant’Andrea”,
questo il nome delle CT, fu anche la prima scuola di formazione per
operatori.
L’incontro con Giovanni Paolo II, che invitò don Picchi a concelebrare
Messa in Vaticano e ne ascoltò le preoccupazioni, permise al CeIS di
cominciare una straordinaria avventura che lo ha trasformato da piccolo
gruppo di volontariato in una delle associazioni non governative più
note a livello internazionale nell’àmbito sociale. La villa ai Castelli
Romani ceduta dal Papa divenne nel novembre 1979 la CT “San Carlo”, il
grande laboratorio educativo-terapeutico delle più importanti strategie
del CeIS, ospitando fino a 130 residenti e oltre 3.000 nei suoi 31 anni
di vita.
La “Casa del Sole”, altra villa nel comune di Castel Gandolfo, si
trasformò nella Scuola di formazione internazionale che ha accolto
docenti e discenti di tutto il mondo, psicologi, psichiatri,
psicoterapeuti, sociologi, pedagogisti, e persone desiderose di avviare
iniziative sul modello del CeIS di Roma. Tali iniziative si sarebbero
sviluppate in alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Spagna (e poi
Portogallo, Danimarca, Slovenia, ecc.) e dall’America Latina, con
presenze significative anche in Asia e in Africa.
Le strutture e le metodologie di lavoro proposte erano flessibili e
tengono conto delle situazioni storiche, religiose, politiche,
economiche e culturali di ciascun Paese. Ma si richiamavano a una
precisa filosofia d’intervento, che don Mario Picchi chiamò
semplicemente, dal 1980, “Progetto Uomo”.
“Progetto Uomo” non è una metodologia specifica o un credo filosofico né
tanto meno una terapia, ma più semplicemente l’insieme di princìpi e di
valori che guidano l’azione di chi pone la persona umana al centro della
storia, come protagonista affrancata da ogni schiavitù, resa al
rinnovamento, alla ricerca del bene, delle libertà, della giustizia. È
la valorizzazione della propria identità rispettando nello stesso tempo
quella degli altri, valorizzando il dialogo e la cooperazione.
– “Progetto Uomo” – ha ripetuto sempre don Mario Picchi – vuol dire
“amare”. Amare tutte le creature e il loro valore, senza giudicarle, ma
rispettandole e aiutandole. Il suo significato nel XXI secolo – ha
aggiunto recentemente – rimane intatto e si pone anzi con rinnovato
vigore dinnanzi alle tante sfide riguardanti le nuove generazioni e la
sofferenza di uomini e donne di ogni età–.
L’esperienza e i sistemi formativi del CeIS hanno dunque promosso, in
molti Paesi, la nascita di decine di programmi e associazioni che si
collegano al “Progetto Uomo”. L’organizzazione, sempre a Roma, dell’8ª
Congresso mondiale delle Comunità Terapeutiche nel 1984, l’anno di
maggiore allarme sociale e politico nei confronti della droga, suscitò
ulteriormente l’interesse generale per ciò che il mondo e le metodologie
comunitarie erano in grado di offrire ed anche per le necessarie
iniziative di reinserimento sociale e lavorativo, di coinvolgimento
attivo delle famiglie, di impegno educativo per la prevenzione.
In Italia la maggior parte di queste associazioni si riunirono nella
Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (FICT), di cui don
Mario è rimasto presidente fino al 1994.
A Roma e nella provincia si sono moltiplicate le strutture e i servizi
del Centro Italiano di Solidarietà, evolutisi nel tempo secondo le nuove
esigenze e richieste degli utenti. Dalla comunità terapeutica per
assuntori di droghe con legami sociali ancora saldi (CT “Santa Maria”,
in origine a Torvaianica sul litorale laziale e poi nel complesso di Via
Appia Nuova, zona Capannelle), al Programma “Serale” per adulti
lavoratori; dall’Accoglienza diurna ai servizi specifici per adolescenti
(“Mentore”) e per bambini di famiglia problematiche (“Mani Colorate”
nella struttura di lungotevere Raffaello Sanzio, già sede della Comunità
di Reinserimento degli ospiti provenienti dalla CT, negli anni 80);
dalle attività in favore delle scuole e degli insegnanti, oltre che
degli studenti (“Koiné” e poi “Gulliver”), per la prevenzione del
malessere e la promozione del benessere alle iniziative culturali,
educative, informative con la rivista “il delfino”, il centro studi e la
biblioteca “Agorà”, i libri, i manuali, i rapporti di progetto e dalla
fine degli anni Novanta la newsletter e il sito Internet); dal “Barone
Rampante” per persone senza fissa dimora a “Eco” per giovani in doppia
diagnosi (tossicodipendenza e problemi psichiatrici); dall’assistenza
domiciliare ai malati di Aids al gruppo di volontariato per l’assistenza
agli anziani; dalle iniziative in favore di stranieri immigrati,
rifugiati e richiedenti asilo politico alla più recente comunità “La
Casa” per pazienti psichiatrici dimessi dagli ospedali.
Nel 1985 l’Assemblea generale dell’ONU ha riconosciuto il CeIS di Roma
come Organizzazione non governativa del Consiglio Economico e Sociale
delle Nazioni Unite. In tal modo il CeIS può operare sistematicamente
come agenzia esecutiva di progetti finanziati dall’ONU, che porteranno a
una cinquantina di iniziative in tutto il mondo, la più importanti delle
quali è l’Ospedale Generale Universitario di Coroico, in Bolivia, un
modello di efficienza e il punto di riferimento per la crescita
dell’educazione sanitaria, della prevenzione e dell’aggregazione sociale
di tutto il povero territorio degli Yungas dove i contadini vivevano
quasi esclusivamente della coltivazione della coca rivenduta ai
narcotrafficanti.
Il CeIS di don Picchi, animato anche dal vicepresidente Juan Pares y
Plans (1930-2009), instancabile “ambasciatore” dell’organizzazione e
mente creative nel disegnare nuovi progetti e servizi sempre anticipando
i tempi, è riconosciuto e collabora attivamente anche con l’Unione
Europea, il Ministero degli Affari Esteri e alcuni governi di Paesi
stranieri.
Don Picchi fu chiamato fin dagli ultimi anni Settanta a far parte di
numerose commissioni istituite dal Governo e da Enti locali. In tal modo
poté contribuire a portare le idee del CeIS nel mondo della scuola e
delle istruzione, della giustizia penale e delle carceri, della sanità
(in particolare quando si diffuse l’Aids che portò con sé grandi paure e
pregiudizi), della finanza al servizio del sociale (per questo motivo
venne chiamato a far parte per alcuni anni del Consiglio di
Amministrazione della Cassa di Risparmio di Roma).
Ha incontrato più volte, con gli operatori e gli ospiti delle sue
strutture Papa Wojtyla e inoltre Capi di Stato e di governo italiani (i
presidenti Pertini, Cossiga, Scalfaro e Ciampi) e stranieri, ministri,
esperti internazionali, personaggi della cultura, dell’arte della
scienza.
Oltre ad essere il direttore editoriale della rivista “il delfino”, don
Mario Picchi è autore di numerosi libri, alcuni tradotti in varie
lingue. Il suo “Progetto Uomo” è stato pubblicato in varie edizioni,
dalla prima del 1981 alle ultime “Un Progetto per l’Uomo” (1994) e
“Progetto Uomo nel Terzo Millennio” (2005), per le edizioni Paoline
prima e dal Centro Italiano di Solidarietà poi.
Tra le altre sue pubblicazioni, “Intervista sulla droga e sull’uomo” (Bompiani,
1984), “Vincere la droga” (Piemme/Mondadori 1990), “Dietro la droga un
uomo” (Franco Angeli 1991), “La sfida del Vangelo” (San Paolo 1994) e,
per le edizioni del CeIS, “La vita è una meravigliosa avventura” (1986),
“La provocazione della droga. Lettere aperte” (1987), “Il cuore e i
talenti” (1988), “La farfalla e l’uragano” (1991), “Riflessi di speranza”
(1993), “Senza fare miracoli” (1997), “A braccia aperte” (2002), “Negli
occhi degli altri” (2009).
Don Mario Picchi ha ricevuto, tra gli altri, i seguenti riconoscimenti:
Howard Mowrer Award della World Federation of Therapeutic Communities
(1992); Three of Life Award della Organization of the Mayors of the
Capital of the World (1993); Premio del Comitato “Roma Europea” (1995);
Paul Harris Fellow (2000); Premio di solidarietà “Vittorio Bachelet”
(2003); Premio Provincia di Roma per la Solidarietà (2003); Premio
Simpatia del Comune di Roma (2004); Decorazione “Simon Bolivar” con il
grado di Commendatore della Repubblica Boliviana (2004); Premio della
Solidarietà della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche
(2004); Premio della European Federation of Therapeutic Communities
(2007). Don Mario Picchi è stato anche insignito del titolo di Grande
Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. |
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