IL CERVELLO, 

LA PERCEPCIONE, 

IL COLORE*

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Paolo Manzelli

 

 

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*DIDATTICA DELLE SCIENZE / numero 202 /maggio  1999

IL CERVELLO,

LA PERCEPCIONE,

IL COLORE

Paolo Manzelli

L’oggettività del colore e, più in generale, della percezione dei sensi é molto piú complessa dei modelli che la scienza ha tentato di semplificare fino ad oggi; pertanto, anche quelle ipotesi che tengono conto dei più recenti sviluppi della neurofisiologia della visione sono ancora, indubbiamente, di una ingannevole semplicitá, pur essendo utili a superare le antiche ed obsolete concezioni.

La «percezione visiva» nell’antichitá

Ippocrate di Kos (V secolo a.C.) scrisse: «...e dal cervello e soltanto daí cervello prendono origine i nostri piacere, la gioia, il riso, il gesto, come pure la tristezza, il dolore, la depressione, le lacrime. Attraverso il cervello pensiamo, vediamo, ascoltiamo e distinguiamo il bello dal brutto, il male dal bene...». Purtroppo la lezione di Ippocrate di circa duemila e cinquecento anni fa, con cui si inizió lo studio dei processi mentali, é stata per molto tempo dimenticata.

Giá Alcmeone di Crotone, medico della Scuola di Pitagora, concepì una semplificazione della percezione visiva; ritenne infatti, rifacendosi a Democrito, che la percezione delle cose fosse una conseguenza di simulacri emessi dall’ambiente esterno (detti eidola) che impressionano l’occhio. La concezione dell’occhio considerato come trappola di simulacri luminosi fu accettata da Aristotele (384-322 a.C.) il quale sostenne che il cervello, in quanto fondamentalmente composto di acqua, era freddo e che di conseguenza non poteva avere la natura di un organo predisposto alla comunicazione delle sensazioni. Infatti comunica il caldo, non u freddo, pertanto gli elementi vitali capace di effettuare un naturale trasporto di informazione vennero considerati quelli maggiormente irrorati di sangue in quanto il calore del sangue fu inteso come comunicatore di sentimenti e pensiero. Di conseguenza, contrariamente ad Ippocrate, per Aristotele le sensazioni come l’amore furono considerate funzioni del cuore e l´intelligenza stessa si pensó che dipendesse maggiormente dal funzionamento del fegato e degli organi vitali che non del cervello, la cui funzione principale si ritenne fosse quella di raffreddare il sangue.

Diversa fu l’interpretazione di Epicuro di Samo (342-270 a.C.), u quale rifacendosi a Pitagora, anch’egli di Samo (570-497 a.C.), ritenne che la percezione fosse da considerare come un percorso dell´informazione inverso a quello descritto da Aristotele; cioé Epicuro pensó che l’occhio si comportasse come un faro dell’anima; si ritenne infatti che l’anima vitale venisse irradiata dall’occhio per esplorare l’ambiente circostante ed arricchire la conoscenza di ciascun individuo.

Tale impostazione della percezione visiva, lá dove il cervello venne considerato come l’organo dell’anima sensibile, tese a riconoscere che vediamo il mondo come apparenza, in seguito ad una interpretazione soggettiva ed imperfetta dell’anima umana.

Per Epicuro ed alcuni suoi seguaci l’attivitá percettiva non ci fa vedere il mondo oggettivamente come é, ma solo come ci risulta utile, in quanto lo percepiamo secondo le esigenze umane di sopravvivenza nell’ambiente.

Nella cultura della Magna Grecia, oltre alla controversia tra occhio come trappoia di luce, e occhio come faro dell’anima, venne proposta anche una posizione intermedia che attribuiva all’occhio la funzione di ínterfaccia tra universo esterno e mondo interiore, capace di tradurre l’informazione luminosa che viene recepita dall’occhio, e renderla comprensibile alla ricerca di riconoscimento dell’informazione realizzata dal cervello.

Rammentiamo che di questa terza impostazione interpretativa della percezione visiva fu precursore Platone (427-347 a.C.), ed in seguito una simile concezione fu sostenuta anche da Empedocle di Agrigento (492-432 a.C.) e poi da Galeno di Pergamo (129-200 d.C.). Platone fece infatti riferimento ad una doppia direzione dell’azione comunicativa del calore (interiore ed esterno) che impressiona l’occhio per determinare la visione. Mentre le metafore dell’occhio trappola di luce e dell’occhio faro formulavano un’azione «monodirezionale» dell’ informazione, per Platone il calore esterno ed il calore interiore proveniente dal cervello impressionavano l’occhio determinando la percezione visiva degli oggetti. La percezione del mondo venne cosi ritenuta u frutto dell’incontro bidirezionale di processi di informazione associati alle differenze di calore interiore ed esterno; Platone scrisse a questo proposito nel Timeo:

«...un fuoco puro che partendo dall´interno dell ‘occhio va incontro ad un altro simile fuoco proveniente dagli oggetti e con cui finisce per determinare un corpo unico ed omogeneo». 

La «percezione visiva» secondo la scienza moderna

Vediamo ora le ragioni per cui la lezione ippocratica é stata ben poco considerata anche in seguito nell’ambito delle origini concettuali della scienza moderna. Rícordiamo che fin dagli inizi della scienza contemporanea, giá con Galileo Galilei (1564-1642), comparve il problema della necessaria separazione concettuale tra le quantitá primarie e le qualitá secondarie. Infatti, Galileo si rese conto che per definire lo studio scientifico delle quantitá oggettive, quelle cioé che esistono di per se stesse indipendentemente dall’osservatore, era necessaria tale netta separazione. Per Galileo, i sensi dovevano considerarsi ingannevoli (soggettivo infatti, nel contesto della scienza galileiana, significa ció che soggiace a fattori non quantizzabili). Se la percezione di per sé é íngannevole come ritiene Galileo — disse di conseguenza Isaac Newton (1642-1727) nel suo discorso sull’Ottica — é necessario considerare i colori come phantom, cioé puri spettri privi di realtá fisica, proprio in quanto l’uomo puó immaginarli ed anche sognarli, cosi che essi debbono considerarsi pure emozioni.

La ricerca di oggettivitá della scienza tese quindi ad eliminare l’influenza del soggetto dall’osservato, cercando di stabilire una netta separazione tra soggetto ed oggetto della conoscenza.

Gli alchimisti medioevali ritennero invece che tale netta separazione tra oggetto e soggetto, che si riflette poi nel tentativo di scindere quantitá da qualitá osservate, non fosse umanamente concepibile. Infatti per l’alchimista sia la ricerca della pietra filosofale, sia la trasformazione in oro dei metalli non nobili, fecero parte di un sistema unitario di indagine rappresentato dall’uroboro, il serpente che si mangia la coda, simbolo del fatto che intenzioni mentali e forze naturali si integrano per trasformare la realtá in una unitá inscindibile e perfettibile.

Altresì la scienza moderna, basandosi sulla misura strumentale delle quantitá, ha definito un modello riduzionista della realtá meccanicamente misurabile che, escludendo il soggetto e con esso le sue sensazioni qualitative, ha finito per escluderne il cervello come realtá fisiologicamente oggettiva a cui ogni interpretazione umana, compresa quella della scienza, deve pur fare riferimento.

La tendenza scientifica generale, tesa a ragionare in termini quantitativamente oggettivi, é stata poi giustificata, proprio nell’ambito della interpretazione della percezione, da assunzioni ad hoc che hanno avuto lo scopo di garantire la possibilitá di ammettere una netta separazione tra ciò che é oggettivo e riproducibile, e ciò che é soggettivo ed opinabile. Per ciò che riguarda la percezione, René Descartes (1596-1650), scrisse nella Diottrica: «Le immagini dell’oggetto non si formano soltanto nel fondo dell ‘occhio, ma vanno oltre fino a raggiungere il cervello».

Per quanto Descartes citi esplicitamente il cervello é necessario precisare che secondo lui la significazione percettiva della informazione trasmessa dalla luce avveniva tramite la «ghiandola pineale» che congiungeva il sistema fisico all’anima. Cartesio inoltre, nel suo «Discorso sul metodo» (1637), fece capire che la scienza, escludendo l’anima umana quale unico mistero irraggiungibile con ragion pura, sarebbe stata progressivamente capace di interpretare ogni altra cosa ed evento sulla base di modelli meccanici quantitativi, ivi compreso il funzionamento del cervello.

Ben diversamente da Ippocrate, il cervello stesso fu quindi inteso esclusivamente in termini di struttuna fisica materiale, cosi che esso venne incluso come elemento di studio tra le res extensa, ponendo una netta distinzione con quanto il cervello esprimeva come sentimento, pensiero e coscienza (res cogitans), concezioni queste ultime che venivano escluse dal pensiero scientifico in quanto appartenenti ad una ideazione spirituale non indagabile secondo criteri e metodi scíentifici.

La scienza classica, perseguendo il paradigma meccanicistico di Descartes, ha quindi costruito un’ottica geometrica in cui raggi inesistenti di luce descrivono una costruzione fisico-matematica della percezione; si perviene in tal modo ad un modello di ottica senza sguardo, che non presuppone l’esistenza di un reale osservatone umano che vede tramite le proprie istanze biologiche, le quali carattenizzano il funzionamento genetico del cervello umano; nei libri di fisica infatti, al posto dell’osservatore viene generalmente disegnato un genenico occhio de-cerebrato, schematico e fisso, propnio in quanto si suppone che nella retina giá si formi automaticamente l’immagine del mondo, rovesciata a causa della inversione di direzione dei raggi oltre il punto del loro incrociarsi.

Anche quando si capi che la radiazione luminosa é composta da onde elettromagnetiche (famosa a questo proposito fu la memoria sui colori di J.M. Maxwell - 1860), non si abbandonó il rifenimento ai raggi di luce; si disse infatti che essendo le radiazioni visibili di lunghezza d’onda relativamente corta, il modello dei raggi poteva essere pur sempre accettato, eccezion fatta per i casi particolari, quali la spiegazione dei fenomeni di interferenza ed altri eventi di interazione tra luce e materia, in cui il ricorso alla forma d’onda diviene una necessaria precisazione.

In sostanza, nella concezione meccanica ed oggettivista della scienza, al cervello rimase la sola funzione di raddrizzare nel verso giusto le immagini, giá definite sulla retina dell’occhio; solo oggi comprendiamo come tale ipotesi, la quale assume che la funzionalitá della retina sia in pratica quella di uno specchio e l’occhio sia paragonabile ad una camera oscura con una fenditura aperta all’ingresso dei raggi di luce, sia servita proprio per definire la possibilitá generale di ammettere una netta separazione tra soggetto ed oggetto della osservazione. Oggi sappiamo per certo che tale modello concettuale non é soltanto inadeguato, ma anche del tutto falso.

La radiazione luminosa visibile provoca infatti nei coni e bastoncelli della retina una reazione fotochimica oscillante, che risponde a particolani variazioni delle carattenistiche fisiche del campo elettromagnetico della luce, cioé a variazioni di intensitá (bastoncelli) e di intensità e frequenza (coni). Sulla retina dell’occhio non si impressiona in effetti alcuna pre-descrizione speculare del mondo esterno.

E altresì il cervello che analizza ed interpreta le vaniazioni di intensitá e frequenza tradotte in segnali chimici ed impulsi nervosi e le trasforma in costrutti mentali tramite il funzionamento biochimico di varie aree cerebrali che integrano l’informazione re-cepita dall’esterno con l’informazione memonizzata in precedenza sulla base di una determinante interpretazione ereditata geneticamente.

L’ereditá genetica é quella che probabilmente fornisce gli archetipi dei costrutti mentali che definiscono la rappnesentazione visiva. Ad esempio, i colori sono stati pencepiti da insetti e uccelli ancor prima dell’esistenza dell’uomo, al fine di riuscire a distinguere facilmente in volo cromaticità diffenenti dei fori e dei frutti nel contesto di un bosco o dell’erba di un prato uniformemente verde; pertanto la complessitá della formazione dell’immagine é anche conseguenza della difficoltá di capire l’evoluzione dell’informazione genetica e come essa venga a confrontansi nel cervello con l’apprendimento del sistema visivo; ricordiamo infatti che un bambino appena nato non é ancora capace di vedere in quanto la percezione dipende anche dalla evocazione della memoria, che nell’infante non é ancora fonmata.

E oppontuno riflettere con attenzione sul fatto che la percezione abbia una componente determinata dall’apprendimento e quindi dalla memoria per capire come la separazione cartesiana tra res cogitans e res extensa, sia soltanto una facile semplificazione di qualcosa che é ben piü complesso ed ancora in gran parte da comprendene.

Se infatti prendiamo in considerazione il profilo evolutivo della crescita e stabilizzazione delle dimensioni del cervello (vedi schema 1), notiamo che si possono considerare tre fondamentali strategie evolutive:

1) neurogenesi - crescita del numero di neuroni,

2) sviluppo delle reti di interconnessione tra neuroni (dendriti),

3) selezione delle interconnessioni dendritiche in funzione della definizione di processi preferenziali di integrazione della elaborazione cerebrale della informazione (ipotesi del «darwinismo neuronale»).

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La precedente strategia selettiva della struttura delle reti di interconnessione é stata chiamata [1] darwinismo neuronale, in quanto é correlata alla selezione di strategie di integrazione tra varie aree specializzate del cervello che permettono di operare in modo funzionale sulle conoscenze apprese cosi da tradurle in risposte comportamentali ritenute ottimali.

Tali processi integrativi vanno a strutturare fisiologicamente nel cervello perconsi preferenziali di evocazione della memoria che in successione vanno ad agire sulla attivazione dei processi di previsione e di decisione compontamentale.

Come conseguenza della precedente riflessione resta evidente come il dualismo cartesiano tra mente (res cogitans) e cervello (res extensa), e di conseguenza la netta separazione tra soggetto ed oggetto delle percezioni, cosi come la distinzione tra scienze naturali e scienze umane, risultino essere tutte riconducibili ad una approssimazione riduzionistica della scienza di impostazione tradizionale di tipo meccanicista, che, essendosi storicamente stabilizzata, oggi determina comprensibili difficoltá di superamento, come giá avvenne per l’aristotelismo ed altri modelli concettuali pnecedenti che sono stati accettati come un indiscusso riferimento cognitivo per vari secoli. Come si intuisce dai precedenti cenni, la concezione scientifica contemporanea della percezione cerebrale é ancora in fase di indagine; ciò giustifica in parte la conservazione del precedente modello semplificato con cui si assume che la retina rispecchi u mondo esterno quale impnessione di tipo fotostatico. In realtá l’occhio di per se stesso non vede nulla, propio in quanto non c’é alcuna descrizione geometnica del mondo stampata sulla retina; pur non avendo una chiara concezione di come ciò avvenga, sappiamo che la percezione é un costrutto cerebnale che consegue a processi di ricerca interpretativa del cervello sulla base di infonmazioni acquisite tramite reazioni fotochimiche oscillanti che si sviluppano sulla retina.

É importante notare come le stesse saccadi oculari, cioé le continue vibrazioni dei bulbi oculari dell’uomo, non sono casuali né occasionali, ma corrispondono a strategie di ricerca del cervello adatte ad individuare celermente i punti di diffenenza di chiaro/scuro, per costruire rapidamente i profili delle immagini messe a fuoco dal sistema percettivo (occhio-cervello).

Quindi, é importante ricordare che gli stessi sviluppi della scienza hanno contribuito a definire una rinnovata concezione della percezione, che in certo qual modo si riconnette al pensieno di Ippocrate di Kos e di Platone.

In primis la comprensione che la luce non é composta di raggi, ma di onde/particelle che hanno un comportamento probabilistico come conseguenza del Principio di indeterminazione di Heisenberg (1927). Tale Principio, base della moderna Meccanica Quantistica, ha infatti contribuito a mettere in dubbio la validitá di moltí presupposti fondamentali della Meccanica Classica di cui Newton e Descartes erano stati i fondatori principali.

Inoltre, le ricerche sul funzionamento del cervello, permesse oggi da varie tecniche di indagine, (RM - Risonanza Magnetica, PET -Tomognafia ad Emissione di Positroni ed altre), hanno potuto analizzare puntualmente le varie zone cerebrali che vengono attivate nel processo della visione cosi come quelle di altre sensazioni (suono, odorato, gusto e tatto); il cervello quindi non é più un black box, come indubbiamente é stato per la scienza fino ad un’epoca molto recente.

Infine, a partine dagli studi del premio Nobel per la Chimica Ilya Prigogine, le ricerche sulla chimica e biochimica delle reazioni fotochimiche oscillanti (tipo quelle che avvengono nella netina dell’occhio umano), hanno determinato la necessitá di costruire un nuovo paradigma generale della scienza [2, 3].

D’altro canto, anche gli sviluppi della tecnologia fotografica a colori hanno dato un notevole contributo a sfatare il vecchio paradigma cartesiano della percezione.

A proposito della visione del colore ricordiamo infatti che la teoria detta tricromatica ha cercato di far concepire il colore come un fatto oggettivo corrispondente alle frequenze della luce visibile tra 400 e circa 800 nanometri. Tale teorizzazione ricevette, prima di essere accettata, vari contributi di studio e di produzione di nuovi strumenti tecnologici (stampa,fotografia, film a colori). La teoria tricromatica nacque dalla constatazione di uno stampatone di nome Le Blon il quale, nella sua monografia di indole pragmatica intitolata II colorito (1722), scrisse: «Tutta la pittura pué essere rappresentata nella stampa con tre soli colori che definirei primitivi».

Jn seguito il medico-fisiologo inglese Thomas Young (1733 1829), considerato il fondatone dell’ottica fisiologica, e poí il fisiologo-matematico H.L.F. Helmholtz (1821-1894), dettero notevoli contributi a costruire il modello teorico della visione tricnomatica del colore, che assunse come fondamento la presenza di tre tipologie di coni retinici, sensibili alla corta, media e lunga fnequenza delia radiazione visibile.

Dai sette colori fondamentali dell’Ottica di Newton si ridusse cosi la percezione del colore da parte di un osservatore standard (non daltonico), alla combinazione di tre soli colori primari con i quali risulta possibile stimolare la fisiologia della percezione umana di tutti gli altri colori.

Tale teoria é stata certamente molto utile in campo tecnologico sia per la stampa che per la fotografia a colori ed infine per la televisione ed il computer a colori; in questi ultimi, infatti, si utilizzano tre tipi di fosfori che emettono combinazioni di tre frequenze visibili per ciascun punto dello schermo dimostrando come tale tecnica sia capace di stimolare la percezione visiva di migliaia di tonalitá differenti di colore.

Tale teonizzazione, cosi ben affermatasi anche nella prassi della moderna produzione tecnologica, risultó peró inadeguata a spiegare l’espenimento di Edwin II. Land, che nel 1937 inventó e commencializzó il sistema fotografico a colori «polaroid» con processo di sviluppo istantaneo.

E. Land inizió con lo studio sistematico dei processi di constanza percettiva del colore in differenti contesti di illuminazione e dei molteplici strani casi di non rispondenza tra variazioni di luce e invarianza percettiva, considerati fino ad allora illusioni cromatiche, proprio in quanto non erano inquadrabili nell’ambito della suddetta teoria della percezione del colore. Ad esempio, un quadratino grigio in campo rosso viene percepito come azzurro chiaro, mentre in campo giallo viene percepito come verde. Analizzando tali fenomeni, ritenuti come trascurabili eccezioni in relazione alle concezioni ormai acquisite e sperimentate, E. Land fece nuove osservazioni; ad esempio, descrisse come un panno rosso visto ad una certa distanza attraverso un filtro gelatinoso rosso, appare di un bianco spento.

Allora Land pensó che uno stesso colorante chimico poteva stimolare la formazione cerebrale di vari colori a seconda delle condizioni di illuminazione realizzate mediante filtri e ritenne che cioé avrebbe condotto ad una notevole semplificazione e conseguente diminuzione di costi della produzione fotografica.

Il primo esperimento realizzato da Land fu quello di fotografare con diapositive in bianco e nero oggetti di diversi colori ripresi da due angolature differenti con l’accorgimento di utilizzane davanti all’otturatore della macchina fotografica prima un filtro rosso e per la seconda diapositiva un filtro verde. Poi riproiettó con la stessa angolatura le due diapositive, scambiando la posizione dei filtri colorati, rispetto a quella della ripresa fotografica, ponendoli questa volta di fronte ai due proiettori. Nell’esperimento Land notó che, benché le diapositive fosseno ripnese in bianco e nero,

oggetti di diversi colori ripresi da due due angolature differenti con l´accorgimento di utilizzare davanti all´otturatore della macchina fotografica prima un filtro rosso e per la seconda diapositiva un filtro verde. Poi riproiettò con la stessa angolatura le due diapositive, sacmbiando la posizione dei filtri colorati, rispetto a quella della ripresa fotografica, ponendole questa volta di fronte ai due proiettori.

Nell´esperimento Land notò che benchè le diapositive fossero riprese in bianco e nero, il risultato della proiezione incrociata (la diapositiva ripnesa con u filtro rosso veniva riproiettata attraverso il filtro verde e viceversa) fu sorprendentemente quello della ripnoduzione di tutti i colori della scena originale. Land capì che é il cervello e non l’occhio quello che vede i colori e suppose che la corteccia visiva operi un confronto di valori di intensitá e di frequenza, analizzati dall’occhio al fine di determinare la categoria mentale del colore che vediamo quale significazione prescelta dal cervello.

Land chiamó RETINEX (combinazione di retinal e cortex) la sua innovativa teoria sulla formazione cerebrale del colore, propio per indicare che informazioni sulle condizioni di illuminazione di frequenza, recepite dalla retina, vengono elaborate e significate come confronto tra varie aree della corteccia cerebrale e poi integrate in una unida percezione visiva colorata.

Possiamo precisare che il sistema che determina la visione agisce per confronto, infatti i neuroni delle varie zone cerebrali interpretano differenze relative di segnali sulla base di azioni di attivazione ed inibizione della attivitá sinaptica dei neuroni.

Ad esempio, lo schermo di un televisore in bianco e nero spento é grigio, mentre quando lo accendiamo, in contrasto con zone illuminate vediamo zone di un nero intenso: ciò accade poiché il televisore é progettato per rendere luminose solo alcune zone dello schermo; le zone non illuminate divengono quindi scure alla nostra vista per relativo contrasto prodotto dal cervello. Cio significa che l’intelletto non risponde come un automa alle variazioni di illuminazione esterna, ma le interpreta secondo capacitá di percezione interiori, quelle stesse che esercitiamo anche in sogno, ad occhi chiusi, nel buio della notte.

Land, pur cercando di proporre una teorizzazione alternativa alla teoria tricromatica [4], dovette riconoscere che risultava impossibile definire compiutamente il funzionamento del nostro sistema percettivo; riuscì comunque in pratica ad utilizzare un solo colorante e due filtri per semplificare le tecniche di sviluppo fotografico tipo Polaroid.

Oggigiorno le teorie neurofisiologiche della percezione del colore sono quindi ancora nella fase di ricerca di nuove ipotesi pen defifire modelli scientifici più adeguati alle nuove conoscenze sul funzionamento cerebrale.

Vari autori, osservando mediante la risonanza magnetica l’aumentare del gradiente di irrorazione sanguigna dell´area che si interpone tra la sezione temporale e la sezione occipitale del cervello umano al comparire di segnali luminosi cromatici, hanno ritenuto che il colore venga definito entro quella ristretta zona, là dove gli impulsi di attivazione ed inibizione trasmessi nelle corrispondenti zone parallele dei due emisfeni cerebrali determinano l’apertuna o la chiusura dei canali proteici delle sinapsi, permettendo l’ingresso dei trasmettitori entro le cellule neuronali.

In sostanza si suppone che quella zona di interfaccia tra l’area occipitale e quella temporale sia ulteriormente specializzata in quattro sezioni, due per ciascun emisfero, nelle quali avvíene quanto segue: nel caso in cui tutte le quattro sezioni risultino attivate, la percezione risultante é quella della luce bianca; se viceversa i canali proteici di tutte le suindicate zone sono mediamente disattivati e pertanto chiusi, si ha la percezione del buio e conseguentemente del colore nero.

In casi in cui si vedono differenti colori, le suddette sezioni vengono parzialmente attivate o inibite da stimoli cromatici provenienti dall’analisi effettuata sulle frequenze dai coni della retina; in tal caso i rapporti di attivazione/inibizione neuronale generano una risposta per la determinazione dei colori che risulta essere in corrispondenza alle coppie di colori complementan rosso-verde e giallo-blu.

Certamente tale ipotesi é ancora una volta un’ipotesi semplificata rispetto alla complessitá del problema.

Il nodo del problema risiede nel fatto che non é facile comprendere l’effettivo ruolo della attivitá genetica nel determinare la composizione e definizione dei colori. Comunque é stato confermato che si ha acromatopsia totale se si danneggia l’irrorazione sanguigna delle aree cerebrali individuate con le tecniche di risonanza magnetica e pertanto tali zone, che lavorano in parallelo nei due emisferi cerebrali, sono riconosciute essere fortemente attive nella determinazione dei colori; sappiamo peró che il senso cromatico dipende anche da numerose altre aree cerebrali ivi comprese quelle del linguaggio, responsabili della associazione tra colori e nomi, che vengono anch’esse integrate nella definizione del colore, come di quelle subcorticali talamiche che associano percezione dei colori e sensazioni emotive.

 

Conclusioni

Possiamo dire che l’azione complessiva della formazione cerebrale delle immagini inquadrate nello spazio/tempo della percezione assume il carattere essenziale di una indagine probabilistica effettuata dal cervello, che viene controllata da riferimenti mnemonici e regolata dalla informazione genetica.

Secondo la precedente interpretazione della percezione, ciò che vediamo non é quindi una copia della realtá osservata in quanto le immagini rappresentano la probabilitá delle nostre interazioni con l’ambiente circostante prodotta dal cervello allo scopo di anticipare cognitivamente le nostre azioni, favorendo la determinazione creativa di scelte intenzionali considerate soddisfacenti e pertinenti alla sopravvivenza ed evoluzione del propio essere. Il mondo lo vediamo cosi come lo vediamo, perché siamo uomini e non perché sia oggettivamente cosi.

Paolo Manzelli

Laboratorio di Ricerca Educativa

Università di Firenze

Nota bibliografica

Alcune riflessioni sono state riprese dal libro: 1 Colori della Vita, Editrice LA STAMPA, Torino 1995, che riporta gli atti dell’omonimo convegno internazionale del 27-28 Agosto 1995, organizzato da Piero Bianucci, Direttore della Pagina settimanale Tuttoscienze.

Bibliografia

[11 J.P. Changeux, L’Uomo Neuronale, tr. it. Feltrinelli, Milano 1990.

[2] P. Manzelli, Entro quali limiti la scienza ha cctpito i processi di reazione chimica?, Didattica delle Scienze, 177, p. 10-15, La Scuola, Brescia 1995.

[3] P. Manzelli, Nuove frontiere della percezione: mass media, realtá virtuale e scienza, Ricerche Didattiche, 391, p. 25-34, Roma 1966.

L4] E. Land, The Retinex of Color Vision, Scientific American 237,3, p. 2-17, 1977.